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Musei
Il Museo Francesco Minà Palumbo
Storia di F. Minà Palumbo e del Museo.
Un giorno del 1839, probabilmente in luglio, Francesco Minà
Palumbo, da Napoli, dove aveva concluso il suo curriculum studiorum,
si pose in viaggio e in una settimana raggiunse Castelbuono; via
nave, da Napoli a Palermo, e quindi con altro mezzo, in non meno
di due giorni. E qui cominciò a lavorare da medico e da
naturalista.
E' ovvia la domanda su cosa si potesse fare in un luogo così
lontano dai centri culturali, allora, nell'800, quando, per raggiungerli,
bisognava impiegare giorni e settimane, e quando, per ottenere
un dato, un'informazione storica o scientifica, occorrevano spesso
mesi. La sola risposta possibile, coi mezzi limitati di allora,
è che il tempo altrimenti perduto in viaggi venisse affidato
ad altri o alle poste, conservando per sé la parte essenziale
delle attività: lo studio, l'esplorazione o qualsivoglia
altro tipo di azione.
Questa considerazione, per niente originale, si desume
dal pensiero e dall'operato dello stesso Minà Palumbo:
perché ciò è proprio,quanto egli stesso,
esploratore nato e senza avalli per entrare nelle regie accademie,
fece al suo ritorno in paese dopo aver terminato gli studi.
E probabile che all'inizio non avesse un programma preciso. Si
dedicò subito, infatti, all'attività di medico e
di agronomo, professioni che all'epoca non erano frequenti né
a Castelbuono, né sulle Madonie. Ma dopo appena qualche
anno, si registrava già chiaro il segno di scelte orientate.
Nel 1843 appariva un articolo dello stesso Minà sul ritrovamento
di un fagiolo pietrificato a Castelbuono. Il brano, piuttosto
fantasioso, sarebbe irrilevante, se non fosse collegato ad un
volumetto introduttivo alla storia naturale delle Madonie che,
posteriore di un anno, contiene il programma di studi ed esplorazioni
da svolgere. Data la complessità e la ricchezza del territorio,
il piano era molto ambizioso, e qualcuno, come Francesco Tornabene,
fondatore dell'Orto botanico di Catania espresse qualche malizioso
commento.
Ma Ciccio Minà (come lo chiamavano familiarmente i suoi
compagni della scuola di Vincenzo Tineo presso l'Orto botanico
di Palermo) era già all'opera e raccoglieva dati, reperti,
tutto quanto fosse importante per la lettura del territorio nebrodense
(così si chiamavano allora le Madonie) in chiave naturalistica,
agraria, storica, preistorica, etnologica, umana nel senso più
ampio.
Ad ogni reperto erano legati appunti, pubblicazioni, scritti di
ogni genere, e ne dava informazione ai suoi amici di Palermo prima,
e poi agli scienziati che ne avessero bisogno, da Napoli, Pavia,
Torino, Firenze, a Regensburg in Germania, Parigi, in tutt'Europa.
Qualche mese prima di morire, nel 1899, ottantacinquenne, scriveva
e raccoglieva ancor per il suo museo, ormai noto dovunque negli
ambienti naturalistici, per la divulgazione dei tesori conservati
nello scrigno delle Madonie. li museo comprendeva, fra l'altro,
le collezioni di minerali, fossili, utensili, e documenti preistorici
e storici, l'erbario con l'intera flora spontanea delle Madonie
e le piante di interesse agrario e patologico, uccelli, mammiferi,
rettili, pesci, insetti, una biblioteca ricca di testi antichi
e rari, i manoscritti e la corrispondenza con i maggiori studiosi
italiani e stranieri dell'epoca, oltre all'iconografia della storia
naturale delle Madonie, mai pubblicata e quasi mitica per la bellezza
di ben 500 tavole raffiguranti uccelli e piante del territorio.
Per avere un'idea sommaria dell'importanza scientifica di questo
materiale, si consideri che esso servì per le oltre 400
pubblicazioni, tra scientifiche e divulgative, dello stesso Minà
Palumbo e per quelle di coloro che, affrontando lo studio delle
Madonie, si rivolsero a lui.
Questi ultimi, come si desume dal carteggio, non furono pochi;
ma volendo ricordare solo alcuni dei maggiori, si possono citare
i botanici Giovanni Gussone, Michele Loiacono Poiero e Filippo
Parlatore, oltre al tedesco Gabriel Strobl, che scrisse una Flora
der Nebroden; e poi il geografo Theobald Fischer, che utilizzò
quindici anni di dati meteorologici pazientemente raccolti dallo
stesso Minà; Giuseppe Pitré, che ebbe informazioni
sulle tradizioni popolari delle Madonie e ancora, un gran numero
di zoologi, fra cui i Costa di Napoli, Rondani, Bertolini.
Tutto questo materiale per circa sessanta anni rimase nella casa
del Minà Palumbo, gelosamente custodito dal nipote Michele
Morici, che, tuttavia, ne permetteva la consultazione agli studiosi.
Successivamente (le collezioni prima, la biblioteca e altro materiale
poi), fu affidato dagli eredi al Comune di Castelbuono, che in
un primo tempo lo mantenne nel castello e poi nell'antico edificio
del Banco di Corte dei Ventimiglia, che, trasformato in carcere
e recentemente restaurato, lo ospita fin dal 1989. Una parte delle
collezioni è stata esposta ed annualmente accoglie non
meno di 10.000 visitatori.
Ad alimentare questo flusso, considerevole per un piccolo museo
perife rico, sono principalmente turisti occasionali, scolaresche
e naturalisti dilettanti.
Queste cifre permettono interessanti riflessioni sul ruolo e il
significato dell'opera di Francesco Minà Palumbo; ciò,
ovviamente, nel contesto del parco delle Madonie, perché
di esso il museo va assunto a simbolo.
Oltre a Castelbuono, infatti, non esiste luogo dei territori rientranti
nel parco, dal mare fino al suo cuore e fino ai confini meridionali,
le cui peculiarità naturalistiche non siano documentabili
con reperti delle collezioni e con annotazioni e scritti dell'eclettico
naturalista madonita.
Il valore di questa documentazione è soprattutto storico,
ma conserva ancora il suo interesse scientifico, e lo mostra il
fatto che specialisti botanici, zoologi, ecc., che, in numero
irrilevante rispetto alla massa, ma non trascurabile, continuano
a frequentarlo.
Un aspetto non meno importante consiste nella potenzialità
che le collezioni, così come sono, hanno nei confronti
della divulgazione e della didattica.
A completamente del restauro, attualmente in corso, e nella sede
definitiva prevista nei locali del la Badia, esse offriranno,
come in parte anche adesso, un quadro completo e immediato delle
ragioni che hanno generato l'istituzione del parco.
Si prestano egregiamente, inoltre, ad essere utilizzate come materiale
di riferimento in un laboratorio a funzione bivalente nei confronti
delle attività scientifiche e della preparazione di divulgatori
del patrimonio naturale nebrodense effettivamente in grado di
svolgere tale compito.
Una funzione simile sarebbe unica in Sicilia, come d'altra parte
lo è il museo nell'attuale situazione.
Questo ha tante potenzialità quante sono le sue ricchezze:
come altro esempio fra i tanti, si può ricordare l'iconografia
già citata che è l'esplicitazione del significato
e del ruolo che Minà Palumbo attribuiva al museo stesso.
La sua pubblicazione, col consenso della famiglia Morici, discendente
dell'illustre naturalista e attuale proprietaria dell'opera, consentirà
di realizzare la grande ambizione insoddisfatta del suo autore,
e di fornire uno strumento di grande validità storica e
scientifica per la divulgazione del patrimonio naturale delle
Madonie.
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